Storia delle erbe aromatiche

. Gli uomini, fin dalla preistoria, hanno potuto trarre dalle piante il loro cibo ma anche le loro medicine. L’etimologia si lega al mondo latino: ”Officina” erano gli antichi laboratori in cui si estraevano le droghe usate dalla medicina popolare. Le piante officinali attualmente, comprendono sia quelle medicinali che quelle aromatiche. Le radici di quest’arte si trovano anche nella saggezza della tradizione. Nell'antichità la conoscenza delle piante e delle loro virtù era spesso legata a figure particolari come gli stregoni che somministravano pozioni ritenute magiche. Piante officinali usate dall'uomo di Neanderthal 60.000 anni fa, secondo la testimonianza archeologica di Shanidar, in Iraq Si racconta che nella sepoltura dell’uomo di Neanderthal, vissuto sessantamila anni fa, gli archeologi abbiano rinvenuto pollini di piante con virtù terapeutiche: Achillea, Altea, Centaurea e Malvone. Sono risalenti al Neolitico (età della pietra nuova: da 2.000.000 a 10.000 anni fa) alcuni semi di papavero e di cumino. Per altri studiosi le prime notizie risalirebbero a un periodo compreso tra 5000 e 8000 anni fa.Per identificare l’epoca giusta di raccolta si rifacevano ad esperienze empiriche: le piante non dovevano essere raccolte né troppo giovani né troppo vecchie. Nella Genesi si parla dell'albero della conoscenza del bene e del male, un simbolo del potere e della forza che le piante possono avere. Le piante hanno svolto un ruolo fondamentale per l’alimentazione ma anche per la cura di molteplici patologie. Nel 2700 a.C. in Cina si era provveduto a compilare un erbario; successivamente se ne compilò un altro, molto ricco (52 volumi) in cui erano descritte in dettaglio le proprietà delle erbe e delle piante officinali. In Cina venivano usati il rabarbaro , l'olio di ricino, la canfora e la canapa. Gli imperatori cinesi facevano largo uso di questi preparati. I Sumeri utilizzavano il cumino (Carum carvi L.) dei prati o il timo, come pianta. Gli ideogrammi dei Sumeri si possono far risalire in via presuntiva al 2500 a.C.; essi elencavano numerose medicine di origine vegetale includendo l'oppio, noto come pianta della felicità e gli Assiri annoveravano nella loro farmacopea almeno 200 specie di piante. Ancora una volta i papiri egiziani ci offrono interessanti spunti per comprendere un’epoca che sarebbe destinata all’oblio se non si fossero conservate queste testimonianze che ci offrono un interessante spaccato sugli usi e i costumi del tempo. Un famoso egittologo e romanziere tedesco Georg Moritz Ebers ( 1837-1898) scoprì a Luxor un papiro medico egiziano risalente al 1850 a.C. In un bassorilievo del XIV secolo a.C., una regina d'Egitto è raffigurata con in mano un fiore di mandragola allora si riteneva che questa pianta avesse molte qualità medicinali. Gli Egizi, in particolar modo, conoscevano le proprietà delle erbe e piante officinali di tipo aromatico molto utili nel processo di mummificazione. Su alcuni reperti sono presenti donne egizie che raccolgono i gigli per spremerli e ricavarne i frutti. Nei papiri egiziani sono raccolti un gran numero di ricette e di prescrizioni, si elencano: canapa, oppio, incenso, mirra, ginepro, finocchio, semi di lino, timo e henné. A Karnak, 1500 anni prima di Cristo, gli egiziani coltivarono un giardino per scopi medicinali. Pare che già in questa remota epoca molte spezie provenissero dall’india; nei ritrovamenti a seguito degli scavi risultano tracce di anice e cardamomo, cumino, aneto e zafferano. Nel codice di Hammurabi, ( 1728 - 1686 a.C.) risalente al 1700 avanti Cristo, venivano trattate le piante medicinali: si tratta di una delle fonti scritte più importanti a livello storico. Si fa riferimento a: liquirizia, menta, cassia e giusquiamo. Nell'Antico e nel Nuovo Testamento si tratta dell’uso medicinale delle piante e tra le altre sono indicate: aglio, l'oleandro, il cumino, l’alloro, la mandragola, la menta e l’ ortica. Pare che gli ebrei utilizzassero meno le piante officinali rispetto agli altri popoli del Mediterraneo e del medio oriente. Grandi civiltà antiche L’apporto profuso della civiltà greca fu certamente notevole in ogni campo: dalla scienza, alla filosofia, dalla letteratura all’arte; anche nell’ambito delle erbe officinali e aromatiche i Greci svolsero un ruolo di rilevante importanza. Diocle di Caristo, allievo di Aristotele, medico greco e principale rappresentante della scuola dogmatica (384-383 A.C 322 a.C.) pubblicò il più antico erbario greco. Presso i Greci le conoscenze sulle erbe si mescolavano con quelle medico filosofiche. Aristotele (384 322 a.C. ) giunse a codificare le proprietà e le virtù di ciascuna pianta allora conosciuta. Un posto degno di nota, nella cucina greca antica, avevano le spezie e le erbe aromatiche, tanto che Sofocle le definisce “artumata”, “condimenti della nutrizione”. Svolgevano una funzione importante nei rituali di iniziazione, nonché, nelle pratiche funebri. Con l’origano, la menta e il rosmarino si usava frizionare i cadaveri, per preservarli più a lungo. Una pratica, questa, mutuata dalla tecnica culinaria di aromatizzare le carni prima della cottura. L’uso delle erbe è una delle prerogative della cucina greca antica. Oltre a quelle sopra citate, ritroviamo il mirto caro ad Afrodite, il lauro apollineo, il timo sacrificale, l’odorosa maggiorana, il carvi dei prati, il sedano afrodisiaco, il digestivo finocchio, i semi di papavero, il costosissimo pepe, il raro terebinto e il lentisco. Mancavano dalle tavole greche il prezzemolo ed il basilico, usati per scopi ornamentali e per scacciare gli insetti. La malva e l’asfodelo, come ci ricorda Esiodo, venivano consumate in tempo di carestia. Nelle “Opere e giorni”, l’autore decanta “il beneficio della malva e dell’asfodelo” rispetto ad un tenore di vita artificioso, fatto di ingordi doni. Due erbe umili, dunque, emblema di una vita parca, semplice. Per questa ragione erano predilette da Pitagora che le mangiava bollite. Omero nell’Odissea (Libro X, vv. 257-306), narra di una misteriosa “erba moly” identificata dai botanici come ruta, probabilmente; nel passato fiorirono le interpretazioni allegoriche e si giunse a dire che quest'erba fosse il simbolo stesso dell'uomo, dell'eterno Odisseo. Un’altra spezia amata dal filosofo per le stesse seducenti motivazioni della ruta, era lo zafferano. Ricavato dal fiore del croco, la sua polvere era alla base di un potente filtro d’amore. Legato alla sfera femminile, lo zafferano propiziava l’unione coniugale, tanto che la sua polvere veniva sparsa sul letto nuziale la prima notte di nozze. Il Dio Imeneo, protettore del matrimonio, della coppia, era raffigurato ammantato di una cappa giallo-zafferano. Altre leggende, diffuse nella tradizione greca, ci dicono che anche la menta sarebbe nata dal sacrificio di una ninfa che si chiamava Mintha, ella abitava nel regno sotterraneo di Ade, suo amante; quest’ultimo abbandonò la ninfa per sposare Persefone. In Grecia, Asclepio veniva venerato come il Dio della medicina, delle guarigioni e dei serpenti. Molti riferimenti ad Asclepio sono stati ritrovati anche in ambito "occulto": la sua capacità di riportare in vita i morti lo rendeva difatti anche il dio invocato dai negromanti. Il suo culto aveva il suo centro a Epidauro, ma era onorato anche a Pergamo, è stato rinvenuto un affresco in cui egli scopre l' “erba Vettonica”. Gli autori antichi indicano l'alloro come pianta oracolare sacra ad Apollo, ma è probabile che fra i fumi inalati dalla profetessa Pizia vi fossero anche quelli del giusquiamo (Hyoscyamus). Nell'antichità i giardini non erano solo considerati tali (giardini sacri-oliveti) ma potevano svolgere un ruolo nell’ambito dell'erboristeria. I greci offrivano l’aglio alla dea Ecate, e gli antichi egizi usavano l’ aglio per il culto dei morti. Aezio, uno scrittore greco della prima metà del secolo sesto d.C. sosteneva che la salvia fosse un'erba sacra utile anche le donne incinte per facilitare il parto. In un giardino botanico ad Atene, il direttore Teofrasto, nel 350 a.C., introdusse molti semi “utili”, di cui alcuni medicinali. Gli antichi Aztechi avevano alla periferia della Città del Messico il loro giardino, dedicato esclusivamente alle piante officinali, purtroppo dopo la conquista spagnola, non se ne ebbe più traccia. Dioscoride Pedanio fu un grande medico del primo secolo d.C. e considerato il padre fondatore della farmacologia. Scrisse “De Materia Medica” (perí hyles iatrichès), una summa enciclopedica per l’epoca in cui raccolse lo scibile in ambito terapeutico traendo ispirazione dallo stato dell’arte egiziano, medio orientale e greco romano. Una versione pervenuta fino da noi è conservata nella Biblioteca nazionale di Napoli: si possono ammirare le fini miniature che illustrano, in forma di erbario, le proprietà e i relativi impieghi di 409 specie vegetali. Queste opere sono la prova che gli antichi, dovendo lottare contro la morte, affrontare le tribolazioni e le sofferenze, utilizzarono sostanze vegetali per la preparazione di utili medicamenti. Nell’opera di Dioscoride dal titolo “ Trattato delle erbe e delle altre sostanze semplici aventi efficacia terapeutica”, egli implementò le sue conoscenze botaniche avendo avuto l’incarico di medico militare al seguito delle truppe che costituivano l’esercito. Dioscoride esercitò una notevole influenza fino al Rinascimento sia nella medicina che nella botanica; in un erbario del 1845 egli era rappresentato circondato dai grandi erboristi dell'antichità fino al Medioevo: si riconoscono Plinio e un medico erborista arabo. Nella biblioteca del seminario di Asti è presente uno splendido esemplare del 1529. Quest’opera ebbe una grande diffusione fino al rinascimento, trattò dettagliatamente di circa 600 erbe e di altre sostanze semplici. È presente un’altra edizione dell’opera di Dioscoride del 1547. Vengono trattati molti rimedi: Oppio, Menta, Timo, Mandragora, Aloe, Senape. Egli chiamava iperico “scaccia diavoli”; anche Ippocrate sosteneva che il suo nome significasse “ al di sopra” ossia più forte dell'apparizione d'oltretomba. Nel medesimo fondo archivistico è presente un’edizione del 1541-1546 del volume di Galeno che fu donato dal medico di Asti Domenico Vayro. Galeno di Pergamo (131-199 D.C.) fu un medico romano che entrò in rapporti di amicizia con l’imperatore Marco Aurelio. L’etimologia della parola galenico (composizione medicinale composta da sostanze organiche naturali) è da ascrivere al suo nome. Il suo testo fu fondamentale per tutto il periodo medioevale fino a giungere alla fine dell’600, anche perché le sue teorie godettero del favore della Chiesa. In ambito di classificazione scientifica la medicina romana trasse i suoi insegnamenti dalle conoscenze greche aggiungendo capacità organizzative ed empirismo. Non si può quindi dimenticare Ippocrate (460 a.C. -377 a.C.) che classificò circa 400 specie di specialità medicinali,in base all’azione esercitata. Tra queste si annoverano il Basilico, la Ruta, la Salvia e la Menta. Egli riconobbe le proprietà digestive della menta; riteneva la Belladonna un buon analgesico, considerava la ruta utile per interrompere la gravidanza e l’issopo adatto a curare la tosse. Non erano però i rimedi naturali a rappresentare il fulcro del suo pensiero. In alcuni bassorilievi romani sono rappresentati delle farmacie, nelle quali si evince che la grandezza di recipienti è adatta contenere decotti e tisane, non certo per farmaci da assumere a gocce. Gaio Plinio Cecilio Secondo (23-24 d.C. 79 d.C.), Plinio il Vecchio, scrisse la “Naturalis Historia”, che costituì la sua opera più importante. Orazio (65 a.C. – 8 a.C.) scrisse un'invettiva contro l'aglio in un epodo dedicato a Mecenate “ se mai qualcuno con empia mano la gola squarciasse al genitore, l'aglio mangi, più micidiale della cicuta”. I Romani incoronavano con rosmarino le statuette dei Lari, protettori della casa. Già in Cina, nel 2700 a.C., narra la leggenda, che un imperatore abbia redatto un grande erbario, e, per tale opera si meritò il nome di “Agricoltore Celeste”. Anche i Maya si avvalevano dell’uso di piante medicinali che venivano classificate secondo le loro virtù terapeutiche. Tornando a Plinio, egli si occupò anche di botanica e descrisse le proprietà curative di numerosissime piante e alberi, sia coltivate che spontanee. Fu un acuto osservatore della realtà, lavorò a ritmi frenetici, con vigore e rigoroso metodo d’investigazione. Plinio si avvale di fonti romane e greche e ci permette la conoscenza di un mondo che sarebbe andato irrimediabilmente perduto senza la sua preziosa opera compilativa e divulgativa. Plinio fu una persona di smisurata cultura ma non fu uno scienziato. Sono interessanti alcuni riferimenti ad erbe allora comuni che l’autore realizza. L’achillea ricorda il nome di Achille, che avrebbe appreso le proprietà terapeutiche dell’erba dal centauro Chirone, che avrebbe utilizzato l’erba per medicare un compagno ferito (invenisse et Achilleus discipulus Chironis qua vulneribus mederetur). Plinio dedicò molto spazio alla trattazione dell’Alloro: le foglie giovano per la tosse e l’asma e sono utili contro le punture di insetti, la scorza delle radice scioglie i calcoli e giova al fegato. La Passiflora fu introdotta in Europa nel 1610 da Emmanuel de Villegas, padre agostiniano che rientrava dal Messico. Era rimasto affascinato da una pianta che produceva un fiore straordinario, che gli indigeni chiamavano granadilla e della quale mangiavano il frutto. Il missionario era rimasto colpito, non dal frutto ma dal fiore in quanto ad esso associava la passione e la crocifisione di Gesù Cristo: la corona di filamenti colorati che circonda l'ovario era la corona di spine; i 5 stami, le 5 ferite di Gesù; i 3 stigmi, i 3 chiodi; i 5 petali ed i 5 sepali gli apostoli rimasti fedeli a Gesù; l'androginoforo la colonna della flagellazione ed i viticci i flagelli mentre le 5 antere le 5 ferite. Appena rientrato in patria fece vedere la pianta a Padre Giocomo Bosio, e ne fu talmente affascinato che scrisse, nello stesso anno, un "Trattato sulla Crocifissione di Nostro Signore" con la prima descrizione del fiore che venne chiamato Passione incarnata. Ma fu Linneo che nel 1753 classificò questa pianta e mantenne il nome "Passiflora" che deriva appunto dal latino "Flos passionis = Fiore della passione", altro nome con il quale è conosciuta questa pianta, "Pianta della passione". Per Plinio l’aloe sarebbe utile per la cura delle tonsille, gengive e delle ulcerazioni delle mucose della bocca, l’essenza invece per i disturbi di stomaco e intestino. Nel quarto secolo le conquiste di Alessandro Magno aprirono la via dell'India, incrementando gli scambi tra Occidente e Oriente: le spezie giungevano regolarmente ad Alessandria per essere poi smistate in tutto il Mediterraneo. Pepe, cannella, cardamomo, zenzero, curcuma, chiodi di garofano, noce moscata, vaniglia divennero condimenti richiesti da tutti coloro che potevano acquistarli a caro prezzo. Anche nel Medioevo continuarono ad essere apprezzate e si tentò di scoprire una via verso occidente per raggiungere più facilmente le Indie; questa ricerca portò alla scoperta dell'America e alla circumnavigazione dell'Africa. Il re delle spezie era il pepe e Teofrasto lo citò nel quarto secolo avanti Cristo; per i Romani veniva chiamato “Piper” era la droga più richiesta e più costosa e questo fatto portò alla diffusione del motto “caro come il pepe”. Le civiltà medioevali e il Rinascimento Nel Medioevo, con il venire meno della capillare organizzazione romana, il flusso di informazioni sulle cure e sulle erbe si arrestò ma in Europa furono i monaci a coltivare i giardini di piante medicinali. Nel medioevo il fuoco di Sant'Antonio era il nome dato a una violenta manifestazione causata dall'ingestione della “segale cornuta” che a volte veniva accidentalmente macinata insieme alla farina causando una sorta di avvelenamento di massa. In questo periodo alcune piante come le solanacee, la belladonna, giusquiamo e la mandragola esercitarono una certa influenza anche nella stregoneria e nelle pratiche magiche. Vi sono pitture del periodo che testimoniano che il medioevo fu consumatore di erbe benefiche e malefiche e in cui vengono raffigurati alberi intrecciati e persone vestite con abiti di fattezze medievali che recano in mano arbusti, fronde e fiori. In altre pitture vengono rappresentate delle attrezzature usate in quell'epoca per la distillazione delle erbe e in un'erboristeria. A Strasburgo è stato rinvenuto un affresco nel quale un erborista assomiglia un po' a un mago, il che ci fa ipotizzare che, in quest'epoca storica, la pratica delle erbe fosse considerata anche una sorta di magia. In altri quadri, litografie, bassorilievi del tempo sono raffigurate proprio gli interni di farmacie con tutte le ampolle e gli attrezzi ordinatamente disposti negli scaffali; appaiono personaggi che dissertano dell'arte di curare gli infermi – si presume - con un libro in mano e abiti che li possono paragonare ai dottori medievali; non mancano nei monasteri le raffigurazioni di monaci erboristi mentre distillano fiori e piante officinali. Durante le Crociate si conobbero gli scritti dello scienziato arabo Avicenna (980-1037 d.C.). Il suo testo suscitò anche nuova motivazione per gli studi, per giungere poi alla creazione della Scuola Salernitana, prima scuola medica in Europa. Si dice che l’Imperatore Carlo Magno abbia fatto compilare una lista di piante medicinali e aromatiche utile per scopi terapeutici e culinari. Con la costituzione dei conventi e l’istituzione degli ordini monastici, si determinò il proseguimento dell’arte fitoterapica. Nei monasteri si poteva accedere a vecchi testi greci e romani. I monaci benedettini dedicarono particolare cura ed attenzione al trattamento fitoterapico di malattie, alla produzione di distillati e bevande. L’“Orto dei semplici” era un’area, all’interno del monastero, deputato alla cura e alla coltivazione delle erbe officinali (“medicamentum simplex” in latino medioevale era un’erba medicinale o un medicamento fatto con erba). Il “monacus medicus” dirigeva l’infermeria e la farmacia detta “armaria pigmentarium”, selezionava e coltivava sementi e si poneva in rapporto con altri conventi per la coltivazione di nuove piante. All’inizio del ‘500 fanno la loro comparsa i primi erbari secchi che permettono l’identificazione delle piante. Paracelso (1493-1541), medico e alchimista svizzero che può essere considerato un primo erborista e farmacista moderno, si avvalse dell’uso sistematico di principi attivi delle piante e postulò una forma semplice di fitoterapia, scagliandosi contro “i ciarlatani” del tempo. Si deve ricordare che nei secoli XV e XVI, la “caccia alle streghe” era uno strumento di “pulizia” politica per proteggere le corporazioni di medicina tradizionale, contro l’uso delle erbe, di cui le “streghe” erano accusate di fare uso. Secondo la dottrina dei segni, che fu studiata nel XVI secolo, le caratteristiche di una pianta dovevano permettere la possibilità di capire le sue proprietà: ad esempio se una pianta era fatta a forma di coda di scorpione doveva essere utile per curare i morsi di questo animale. Il Rinascimento per gli erboristi costituì un età dell’oro essendo un’epoca di grande risveglio, fervore culturale e creativo e quindi di innovazione anche in medicina ed in erboristeria. Le immagini degli erbari acquisiscono nel tempo preziosità, precisione e sono un utile supporto per la ricerca. In quest’epoca le università offrirono un cospicuo approccio alle indagini e per tutto il 500 però, i libri in uso presso i farmacisti risentirono ancora della tradizione galenica-araba. Con l’invenzione della stampa si assiste ad una facilitata circolazione dei trattati. Per la “farmacognosia” offrirono i loro apporti anche le nuove piante scoperte a seguito delle conquiste dei nuovi paesi, che vennero studiate e analizzate. Tra gli studiosi più noti si citano Luca Ghini, Ulisse Aldrovardi, Andrea Cesalpino,Valerio Cardo, Carlo Clusio. Alcuni di essi produssero erbari, altri studiarono le erbe esotiche e altri meravigliosi testi furono prodotti da Elisabeth Blackwell, John Gerard, William Turner e William Coles. Si iniziarono a diffondere le prime cattedre di “Lectura Simplicium” (botanica sperimentale) Queste erbe dalle proprietà medicamentose furono dette officinali. Leonardo Fuchs (1501-1566) fu definito da Carl Nissen, nella sua opera “Die Botanische Buchillustration” come “ uno dei primi restauratori dell’arte di guarire in Europa”; egli visse nella prima metà del secolo sedicesimo e fu autore di rilevanti opere tra cui spicca l’erbario “De Historia Stirpium”, pubblicato nel 1542. Ottenne la cattedra dell’università di Tubingen e la sua fama di esperto botanico giunse fino in Italia, Cosimo I Medici gli offri la direzione dell’orto botanico di Pisa, che il Fuchs, declinò, preferendo rimanere nella sua amata Germania per dedicarsi alacremente e con passione all’insegnamento e agli studi. La sua monumentale opera fu pubblicata in Latino, Tedesco, Francese, Olandese e Greco. Questo erbario è splendido e la parte figurativa è preponderante; per la prima volta vengono riportati i ritratti degli artisti che contribuiranno a questa monumentale pubblicazione. L’autore è effigiato all’età di quarantun’anni, con un mantello rosso impellicciato, simbolo e valore distintivo dei “Doctores”. Nelle bellissime tavole xilografiche per le piante rappresentate, viene citato il nome latino e tedesco. Fuchs cura l’immagine nei minimi particolari (foglie, semi, radici), cercando di realizzare una rappresentazione che sia maggiormente conforme al vero. La colorazione è impreziosita dalla vivacità della gamma coloristica che spazia dal verde di tre intensità, al marrone scuro, al rosso porpora al nero e al giallo. Le “vires” sono le indicazioni terapeutiche delle varie piante. La storia moderna L’erbario del famoso naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi è uno dei più antichi giunti sino ai nostri giorni, e senz'altro uno dei più ampi del suo tempo. Iniziato molto probabilmente nel 1551 ed ampliato da Aldrovandi durante tutta la sua vita, arrivò a comprendere più di 5000 campioni suddivisi in 15 volumi rilegati. Le erbe svolgono un ruolo rilevante anche in un ‘opera di Machiavelli, egli stesso, si rivolge direttamente e in prima persona ai “benigni uditori”, con particolare attenzione alle spettatrici di sesso femminile. Riprendendo quindi un atteggiamento tipico della tradizione del teatro antico e della commedia latina (da cui il Machiavelli attinge), l’autore cerca di stabilire un contatto diretto col pubblico. Inizia così illustrando e spiegando la scenografia agli uditori, funzione che nella commedia latina era svolta dall’attore del prologo: “Vedete l’apparato, | qual or vi si dimostra: | quest’è Firenze vostra, | un’altra volta sarà Roma o Pisa, | cosa da smascellarsi delle risa”. La vicenda della Mandragola, originale rispetto agli schemi del nuovo teatro volgare, si svolge a Firenze, dove il giovane Callimaco tenta di conquistare Lucrezia, moglie del vecchio uomo di legge Nicia. Con l'aiuto del «parassito» Ligurio e del «mal vissuto» frate Timoteo, egli realizza il suo desiderio, sfruttando la credulità e l'ostinazione di Nicia che vuole avere a ogni costo dei figli: si fa credere al vecchio che Lucrezia potrà avere la fecondità solo se berrà una pozione di erba mandragola, che causerà la morte del primo uomo che giacerà con lei. La commedia si conclude con la beffa ai danni del vecchio Nicia che, ignaro del rapporto ormai instauratosi tra Callimaco e la moglie, accoglie in casa il giovane come «compare». Assai rilevante è l'influsso del Decameron boccacciano per la presenza di spunti e suggestioni tratti da almeno tre novelle: que lla di Ricciardo Minutolo e di Catella. La Mandragora (Atropa Mandragora L.), Mandragora, (Ital. Spagn.), Main de gloire, Mandeglorie (Francese), Alraùnwurzel (Ted.), Mandrake (Inglese), Jabora, Yabrohach (Arab.) è una pianta della famiglia delle Solanacee contenente principi acri e tossici che la fanno classificare fra le velenose. Il nome di Mandragora sembra dovuto al fatto che essa si trova spesso in vicinanza dei luoghi di rifugio o di riposo del gregge: "Speluncarum stabulorumque honos. Quod ad mandras pecorum aliisque speluncas provenit". Si diceva anche che l’odorare o respirare tali effluvi potesse fare ammutolire o diventare pazzi. Tali effluvi potevano anche aderire e comunicarsi alle cose vicine; Plutarco (Libr. de audiendis Poetis) così ne fa cenno: "Quemadmodum autem Mandragora juxta vites nascens, suamque in vinum diffundet efficit ut suavius dormant qui id biberint". Giuseppe Flavio (De bello Judaico lib. VII cap. XXV) parla di una pianta che chiama Baaras, per raccogliere le cui radici occorrono analoghe misure precauzionali: "Si deve spargere intorno urina muliere, o mestruo, e afferrarle poi con mano pendente, pena la vita, oppure si deve scavare fino a lasciar loro intorno poca terra e legarvi poi sopra un cane. Il cane muore e allora le radici possono essere raccolte senza pericolo". Carlo Goldoni (1707 – 1793), nelle sue Memorie, racconta che, ancora giovinetto, risiedendo a Chioggia, per scacciare la noia, chiese ad un amico di casa, il Canonico Gennari, qualche libro, possibilmente di genere drammatico, ed ebbe da lui una vecchia Commedia che il Canonico, senza leggerla, aveva preso dalla camera di un suo fratello. Era la Mandragola del Macchiavelli Non l’aveva mai letta, ma ne aveva sentito parlare e sapeva che non era una Commedia delle più oneste La lesse, la rilesse, ma un giorno, sorpreso dal Padre durante tale lettura, si buscò una solenne sgridata mentre il Padre, Dr. Giulio, si disgustava con l’amico Canonico reo di sbadataggine Analogo racconto si trova nel “De viribus herbarum” di Apuleio Platonico (1328). Durante l’epoca barocca, l’astrologo e fisico Nicholas Culpeper (1616- 1654) riteneva che tutti dovessero beneficiare di una buona e vigorosa salute. Consigliava l’impiego di erbe, anche facilmente reperibili in natura e riteneva equivalente la “fitoterapia” ufficiale a quella popolare, facendo indignare gli accademici del tempo. Egli nel 1653, scrisse il “Complete Herbal” che racchiude una ricca conoscenza in ambito erboristico e farmaceutico. Egli trascorse gran parte d ella sua vita al’aperto catalogando erbe medicinali e si profuse in dettagliati consigli sull’uso medicinale delle erbe per curare svariate tipologie di disturbi. Lo svedese Carlo Linneo (1707 - 1778) non fu il primo a creare un erbario ma utilizzò i suoi esemplari come base per la descrizione della nomenclatura delle specie, egli scrisse un libro dal titolo “Species plantarum”, nel 1753, che viene universalmente ritenuto come punto di partenza per la moderna nomenclatura. L’erbario è molto importante anche per avere delle notizie utili a comprendere l'uso delle piante depositate attraverso gli appunti di chi le ha raccolte. A Parigi è conservato un erbario con 7.200.000 esemplari, a Leningrado e Ginevra vi sono due erbari con 5 milioni di piante e in Inghilterra, i Giardini reali botanici ne posseggono uno da 4 a 5 milioni; infatti, dal XVII secolo, le erbe rare e le nuove varietà provenienti da tutto il mondo venivano studiate e coltivate nei giardini botanici di tutt'Europa e si iniziavano fondare archivi ed erbari. Con la nascita in Europa degli erbari, molti erboristi coltivarono un proprio giardino, a Londra nel XVII secolo c'era uno dei più famosi giardini quello di un certo John Gerard, oggi a Londra ne esiste ancora uno funzionante: il Chelsea Physic Garden. Samuel Thompson (1769- 1843) apprese molte delle sue conoscenze iniziali dagli Indiani d’America e dalla saggezza popolare. Scrisse molti manuali fra i quali “ New Guide to Health or Botanic Family Physician”nel 1822. Si innescò un’accesa rivalità tra botanici e chimici. Un seguace di Thompson (Dottor Coffin 1790-1860), lasciò l’America con destinazione l’Inghilterra, riuscendo a fare implementare la Farmacopea Europea con un numeroso contributo delle piante originari Americane. Goethe (1749-1832) così scrisse in materia di erbe: “Né la bellezza né l’utilità delle piante devono commuovere il vero botanico, egli ha da investigare la loro struttura, il loro rapporto con il regnante regno vegetale e, come il sole le ha fatte spuntare e illumina tutte, così egli, con sguardo equanime e tranquillo le deve guardare e abbracciare tutte, traendo la norma delle sue cognizioni, i dati del suo giudizio, non da se stesso, ma dalla cerchia delle cose osservate.” Nel 1800 vi sono dipinti che rappresentano i raccoglitori di erbe in montagna oppure i mercati delle erbe famosi, ad esempio, a Parigi. La ginestra nel Medioevo era diventata simbolo della modestia e dell'umiltà per la sua spartana bellezza e San Luigi, Re di Francia, fondò “l'ordine della ginestra”. La Ginestra costituisce il testamento spirituale di Giacomo Leopardi, e conclude il suo pensiero filosofico. In questa poesia si riassume tutta la polemica di quegli anni contro i falsi ideali e le vane illusioni a cui l'uomo del suo tempo pareva volgersi per negarsi la consapevolezza della realtà della sua condizione: “Nella poesia si delinea la coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, che ha creato desolazione e morte ed è simbolo della natura crudele e distruttiva; il delicato, fragrante, odoroso e lento fiore coraggiosamente e miracolosamente risorge sulla lava pietrificata, quasi a rallegrare quei monti desolati privi di vita. La ginestra assurge a simbolo e metafora della condizione umana. Leopardi in questo canto mette in contrapposizione la smisurata potenza della Natura con la debolezza e fallacità, quasi impotenza e inconsistenza, del genere umano. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma, ben più drammaticamente, la presenza dell'uomo in questi luoghi. L’etica della solidarietà è il tema centrale della Ginestra, concepito come un messaggio indirizzato sia ai contemporanei sia ai posteri: si impone “ una grande alleanza fra tutti gli uomini, una social catena che coalizzi i mortali contro l’empia Natura e abbia il coraggio della verità, rifiutando l’idea di una Provvidenza e le superbe fole del secolo superbo e sciocco” . L'uomo, quindi, deve essere capace di reagire alle diversità dell'esistenza come la ginestra, che si piega, ma sa reagire e ricrescere. Anche Giovanni Pascoli (1855 – 1912) fa riferimenti alle erbe nella poesia “I vecchi di Ceo - gli Atleti”, lirica contenuta nei poemi conviviali: “ Nella rocciosa Euxantide, sul monte tra la splendida Iulide e l'antica/sacra Carthaia, cauto errava in cerca/non so se d'erbe contro un male insonne/o di fiori per florido banchetto,/Panthide atleta: atleta già, ma ora/medico, di salubri erbe ministro/E coglieva, più certo, erbe salubri,/ché il capo bianco non chiedea più fiori./Partito già da Iulide pietrosa/era su l'alba”. Nei nuovi Poemetti - Il naufrago - Il prigioniero - "La vertigine"cosi verseggia “ Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano/getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,a un filo d'erba, per l'orror del vano!/a un nulla, qui, per non cadere in cielo!” FLORA ASTESE Nella biblioteca Vescovile astigiana è presente